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GegenStandpunkt


Molto rumore per qualche vignetta riguardante ‚Maometto’
e una
Crociata per la libertà d’opinione

Nel mondo islamico una grande agitazione e delle manifestazioni con morti e tutto ciò soltanto a causa di alcune caricature su un giornale danese? E da "noi", nell’Occidente, è veramente così che, con la licenza di stampare alcuni disegni, siano in gioco i principi fondamentali dell’illuminismo, dell’ordinamento democratico del mondo e della solidarietà popolare europea? Certamente entrambe le affermazioni non possono essere del tutto vere.

1. La dichiarazione d’ostilità dell’Occidente

Le discusse caricature sul giornale danese contengono – come di solito le caricature politiche – un messaggio politico facilmente comprensibile.

La Süddeutsche Zeitung riassume in questo modo:

"Il messaggio era chiaro: il terrore islamico non è l’azione di alcuni deviazionisti radicali. La religione stessa è l’ideologia terroristica. Così Maometto, fondatore di una religione, diventa un capoterrorista." (SZ, 1.12.06)

Perfino questo forte messaggio, espresso da qualche parte tramite un piccolo disegno, anche tra musulmani non provocherebbe altro che un’alzata di spalle, se non manifestasse, in maniera neanche tanto esagerata, il punto di vista politico, sostenuto non soltanto da qualche eccentrico scandinavo, ma dalle nazioni che determinano la politica mondiale nel loro rapporto con il mondo degli Stati arabo-islamici e anche nel trattamento delle minoranze che sono emigrate da questi paesi.

– Riguardo alla regione tra Marocco e le Filippine in generale all’"arco di crisi del Medio Oriente" in particolare, e particolarmente rispetto all’Iran e alla Siria che dagli USA da queste parti sono stati identificati come "Stati canaglia" e riguardo ai palestinesi, specie dopo il loro "vizio politico" di cui si sono resi colpevoli in occasione delle loro libere elezioni parlamentari, gli alleati transatlantici, come ben noto, si sono decisi ad imporre precisamente in questa regione e a questi paesi un "nuovo ordine mondiale" e a mettere in scena quella "situazione mondiale" strategica che resta in vigore fino a nuovo ordine. Tutto ciò che si vuol fare con questi paesi e che si vuole da questi paesi viene subordinato – in modo naturalmente graduato e differenziato in maniera precisa – alla necessità dichiarata di "stanare" un mucchio di pii "desperados", di spodestare un dominio anti-occidentale nell’Iran, che si fonda sull’autorità religiosa, di trucidare dei terroristi e dei gruppi di resistenza – presumibilmente o di fatto – sostenuti dall’Iran e da Siria che agiscono con la migliore coscienza religiosa, e di insegnare ai popoli, nel senso di una politica di sicurezza costruttiva e preventiva, al posto della loro tradizionale fiducia nelle autorità religiose e legittimate religiosamente, una nuova cultura politica – vale a dire, i costumi di una moderna società civile capitalistica e di un popolo elettorale democratico, facile da amministrare. Governi e governati vengono sussunti sotto una necessità di correzione, definita da Washington e co-formulata dagli ambiziosi imperialisti d’Europa, che riguarda non soltanto l’orientamento nella politica mondiale, ma anche la costituzione interna delle nazioni che di fatto è ispirata o almeno legittimata dall’Islam, e questa necessità di correzione viene imposta in modo ricattatorio, all’occorrenza anche con la forza. La condanna di una morale differente dal codice giuridico e morale democratico-capitalistico, compresa la religiosità praticata dalle masse, che è racchiusa nell’ethos missionario di questa politica di sicurezza egemonica viene illustrata con alcune delle caricature danesi: questo rende i disegni più di uno scherzo sull’ottusità religiosa, un’ottusità che anche della gente pia può facilmente smascherare nei suoi pari – in particolare quando si tratta della confessione religiosa concorrente; – e proprio ai liberi pensatori borghesi piace tanto di mettere in ridicolo.

– Il sospetto di una simpatia, sulla base di costumi ed articoli di fede islamici condivisi, per dei terroristi ‘islamici’ colpisce anche le persone che sono immigrate dagli "Stati problematici", posti tra il Magreb ed i mari del Sud, nelle metropoli europee del capitalismo mondiale e che in questi paesi prestano, come minoranze più o meno emarginate e non ancora talmente "integrate" da non essere più riconoscibili, il loro contributo alla varietà degli stili di vita in una società aperta. Di questa gente, chiamata nel paese temporaneamente dallo Stato stesso come forza-lavoro, poi per lo meno accettata e nel frattempo non più gradita e angariata tramite gli strumenti del diritto per gli extracomunitari, si diffida in blocco a partire dagli attentati dell’11 settembre e dalla scoperta di complici nell’ambiente della comunità islamica europea e la si considera parte della "palude" del terrorismo anti-occidentale. Come tale essa viene sorvegliata e, in nome dell’ "integrazione", o obbligata al dover addurre la difficile prova di essere "giunta", con il sentimento e con la mente, nella sua nuova patria e di essere altrettanto sostenitrice del successo mondiale della sua nuova nazione così come il potere statuale suppone essere naturale per chi è nato nel proprio paese. Questionari inquisitori per la gente che si vuole naturalizzare rendono chiara la linea dello Stato e portano tuttavia soltanto al risultato che non è sufficiente risponderli correttamente, "dunque" rimane inprescindibilmente una diffidenza acuta contro l’intero gruppo della popolazione anche se viene concesso a queste persone un diritto di appartenenza a tempo indeterminato; e, una tale diffidenza in ogni caso non manca alla maggioranza della popolazione indigena. Riscontrano consenso partiti della destra radicale che dichiarano l’emarginazione e l’eliminazione di tutti gli "elementi" degni di sospetto a causa dei loro deviati costumi religiosi oppure anche soltanto a causa della loro provenienza come il primo e più importante compito dello Stato, più importante di tutto quello che una comunità borghese deve ai suoi abitanti in fatto di tutela classista. E questo accade anche e non da ultimo in Danimarca, dove un tale partito è giunto ad essere un pilastro del partito di maggioranza al governo con un programma un po’ più ampio. Il giornale danese, con il suo concorso di caricature, non ha soltanto risposto ai bisogni di questa xenofobia popolare dal fulcro anti-musulmano; presumibilmente ha anche voluto sottoporre ad un test, con una provocazione mirata, la sospettata comunità religiosa orientale e la sua disponibilità all’abnegazione morale e così ha anche voluto dare il suo contributo all’alternativa tra "complettamente dentro" o " "completamente fuori ". Anche in questo senso le barzellette presentate sono andate oltre il senso dell’umorismo consueto del paese natio di Kierkegaard.

2. L’immagine ostile dell’Oriente islamico…

In sé e per sé le caricature, malgrado tutto, non sono nient’altro che disegni tratteggiati con un messaggio abbastanza limitato, – qualche disegnatore ha persino preso di mira il suo committente di destra e l’ha messo in cattiva luce nella caricatura – hanno anche una portata molto limitata e non sono mai e poi mai motivo di reazioni sdegnate, che giungono fino alle minacce di morte ed di incendio doloso, e di furenti manifestazioni in parecchi paesi islamici durate settimane e settimane. Di certo non sono altro che un motivo. La ragione dell’agitazione morale sta nell’immagine ostile dell’"Occidente" empio, decadente e nello stesso tempo tanto superiore materialmente e perciò tanto inperturbabilmente arrogante, con cui non pochi dei pii educatori popolari di questa parte del "Terzo mondo" hanno spiegato alle loro pecorelle, e queste hanno poi a loro volta hanno spiegato anche a se stesse, una gran parte delle brutte esperienze sotto e con le desolate condizioni di vita nei loro paesi patria, paesi che da loro volta sono inseriti in tutti i mercati mondiali e dominati da interessi stranieri.

Questi popoli vengono trattati senza riguardo. La ricchezza delle nazioni capitalistiche di successo gli viene contemporaneamente messa sotto gli occhi, in quanto metro di misura, e poi negata. I loro interessi falliscono davanti alle loro autorità più o meno filo-occidentali o – secondo l’affermazione della loro autorità piuttosto anti-occidentale – falliscono insieme a questa di fronte alle manovre dei paesi esteri imperialistici. Gli viene imposto, in particolare viene imposto ai loro giovani, lo status di una "relativa", cioè capitalisticamente inutile, sovrappopolazione del mondo. Tutto ciò i popoli di quei luoghi insieme ai loro opinion leaders , lo "intendono" come violazione di quell’onore, che essi, in qualità di membri di una grande comunità eletta dall’Altissimo come sua manovalanza, hanno dentro di sé; così almeno godono della consolante immaginazione di essere, in un senso più alto, i soggetti offesi di condizioni in cui non hanno nemmeno il ruolo di oggetti utili dell’"economia di mercato globalizzata". Ed alcuni di questi popoli non sono soltanto passati attraverso un tale confronto ideale con l’imperialismo delle grande democrazie capitalistiche, ma possono fare riferimento ad una serie di tentativi nazionali d’emancipazione che sono stati soppressi o sospinti verso una direzione abbastanza frustrante, in parte dal ricatto proveniente dall’estero, in parte dai propri potentati filo-occidentali. La volontà politica di divenire una potenza rispettabile nel campo della politica mondiale, una potenza rispettata alla pari di quelle occidentali oppure addirittura una potenza islamica unita con influenze anche al di fuori del mondo arabo, viene respinta con successo dallo stesso "Occidente" nel mondo delle pie immaginazioni e, in quanto volontà ancora attiva, viene sospinta nella clandestinità terrorista. Nel frattempo le comunità musulmane sono l’oggetto di una "liberazione" da parte delle potenze mondiali della libertà borghese, una liberazione che davvero non hanno scelto loro. Inoltre sono destinatarie di una politica di ordinamento mondiale che fa tutt’altro che pacificare l’Afganistan e non manca di minare il Pakistan, che rovina l’Iraq, che lascia mano libera ad Israele nella sua quasi-guerra anti-terrore contro i palestinesi e annuncia allo "Stato teocratico" iraniano l’esautorazione e il cambiamento di sistema. Un mucchio di motivi di ostilità a cui i governi arabi però – eccezione fatta per l’Iran e, parzialmente, per la Siria – non danno spazio. Che gente dall’orgoglio sensibile interpreti il modo di procedere dell’"Occidente", non da ultimo anche contro il loro modo pio di vivere e pensare, come una "crociata" contro il loro sancta sanctorum, certamente non è molto sensato, ma non differisce in modo particolare dalla morale delle nazioni imperialistiche, che vogliono assolutamente disabituare questa gente alle sue tendenze terroristiche e portarle la libertà. Quello che distingue molto di più questa gente dall’Occidente è la sua impotenza, che diventa ovvia quando coglie l’occasione dell’offesa fatta al suo profeta nelle gazzette occidentali per una controffensiva giustificata: la loro inimicizia sfocia in un’ira impotente contro i simboli dell’odiato "Occidente". I popoli dell’"Occidente invece possono confidare, per ciò che riguarda la forza necessaria alla promozione dei bisogni imperialistici delle loro nazioni, tranquillamente nella potenza di ricatto e negli apparati di forza delle loro autorità. E della necessaria irritazione morale nei confronti di governi falsi e di popoli che non si comportano in modo corretto sono e si sentono responsabili i professionisti del "quarto potere".

3. … ed una corrispondente immagine ostile dell’Occidente

Questi s’intendono del loro mestiere almeno tanto quanto i militanti educatori del popolo nei paesi islamici; e lo esercitano con lo spirito offensivo considerato necessario nel segno della grande campagna democratica dell’"Occidente" per l’"arco di crisi" islamico e in occasione delle proteste melodrammatiche in alcune città della regione contro i danesi che disprezzano Maometto. Ogni rappresentante dell’opinione pubblica si sente provocato: in modo dimostrativo vede attaccata la libertà d’opinione e la libertà di stampa, considerati in questa occasione come i massimi valori che vanno assolutamente difesi per amore della libertà dell’Occidente illuminato contro una plebaglia orientale assetata di sangue e fa appello allo spalleggiamento contro i nemici della libertà. Giornali di mezza Europa ristampano le caricature incriminate; e dichiarano di farlo non perché considerano fantastico il loro messaggio e vogliano divulgarlo, ma soltanto per la difesa dimostrativa del loro diritto di decidere liberamente e senza ostacoli a quale opinione quanto spazio dare; riviste che non fanno lo stesso sono sospettate e si difendono, in parte in anticipo, contro l’accusa di rifiutare, per paura, la solidarietà nei confronti dei colleghi danesi; sono accusate di avere già nella testa le forbici di una censura anti-antimusulmana e con ciò di avere già tradito il diritto fondamentale alla libera opinione. Sono innumerevoli da noi, nell’ambito dei valori occidentali, le confessioni secondo le quali alla libertà di stampa spetta lo stesso posto che i fanatici islamici attribuiscono al loro profeta. La campagna prende nuova spinta dal fatto che i commercianti orientali e addirittura i custodi politici dei luoghi santi incitino al boicottaggio dei prodotti da latte danesi: contro tale affronto Bruxelles deve intervenire con la massima severità, deve stabilire un fronte di difesa dell’Europa unita, deve rinunciare a dei ricavi legati all’ esportazione piuttosto che alla nostra libera opinione e deve subito mobilitare la WTO per violazioni contrattuali.

Questo entusiasmante impegno a favore dei "nostri valori" non si limita affatto all’Europa in quanto patria di essi. Con le loro furiose proteste ipopoli aizzati del mondo islamico e i loro agitatori si rivelano, agli occhi del giornalismo investigativo occidentale, essere esattamente quegli incomprensibili nemici della libertà che l’occidente, pronto all’esportazione della democrazia, sospettava da tempo che fossero. Tutta questa comunità religiosa ovviamente non è arrivata a quel grande progresso di civilizzazione , senza il quale al giorno di oggi in definitiva non si può governare da nessuna parte; discredita se stessa in quanto avversaria di valori da tempo dichiarati generalmente e globalmente vincolanti dal mondo libero; si oppone al consenso liberale della moderna famiglia dei popoli e conferma in tale maniera proprio questa necessità di correzione che gli USA da tempo hanno annunciato e che essi, con la loro iniziativa di democratizzazione, perseguono senza compromessi e con energia esemplare. Ai seguaci di Maometto deve essere insegnata la libertà d’opinione!

Quest’impegno fulminante a favore dell’universalismo dell’ordinamento di valori occidentale ha un suo lato ridicolo. Dalla libertà discrezionale dei caporedattori di stampare delle caricature del fondatore di una religione, dipenderebbe la libertà e lo stile di vita di tutti noi? La libertà indisturbata di sogghignare per cinque secondi di un idolo religioso di credenti stranieri, sarebbe il valore che separa la nostra età moderna illuminata dal buio medioevo? Ma questo sarebbe sinonimo di ragione ? Come se, in mezzo ad un mondo la cui quotidianità è determinata da decisioni d’investimento private e il cui ordinamento è determinato da decisioni strategiche di leader politici su armi nucleari, tutto dipendesse dalla libertà dei vignettisti di poter realizzare le loro opere su commisione come vogliono e come desiderano i loro danarosi commitenti? D’altro canto gli eccitati avvocati della libertà d’opinione con il loro ridicolo e ottuso attaccamento ai propri principi sono totalmente nel giusto: l’evocazione idealizzante di un principio costituzionale democratico acuisce i profili dell’immagine ostile, del terrorismo ispirato dall’Islam, contro cui il libero "Occidente" deve procedere in maniera missionaria.

L’artificiosa controversia sui principi fondamentali riflette proprio nella sua esagerazione la fondamentale ostilità che le potenze alleate dell’ordine mondiale hanno dichiarato ai focolai di resistenza anti-occidentali nella regione islamica, il sistema di potere e la costituzione (im)morale di quelle società inclusi. Almeno per la durata di quella campagna e almeno finché dura l’esplosione della rabbia politico-morale nel mondo musulmano, il feticcio della libertà di stampa serve come vessillo ideologico adatto all’ethos di "crociata" di epurazione politica imperialistica, che gli USA e i loro volenterosi e meno volenterosi complici si sono ripromessi di condurre da quelle parti e che hanno messo all’ordine del giorno della politica mondiale.

4. I "moderate" nell’Occidente interventano

La militanza con cui, in particolare la destra europea, sbatte in faccia ai popoli musulmani la libertà d’opinione come valore più alto, il cui disprezzo prova quello che le caricature dicono di loro, cioè che sono una grande palude di violenza terroristica, questa offensiva presuntuosa dei tifosi di una libera stampa provoca anche in Europa delle obiezioni. In questa occasione i conservatori ricordano non poche caricature sarcastiche contro la fede cristiana, il suo gregge ed il suo Signore, cosa che non gli va assolutamente a genio, pensando che per la diffamazione di simboli della fede sarebbe davvero adatta l’applicazione del diritto penale. Perciò rinfrescano la loro vecchia saggezza secondo la quale la libertà deve essere usata soltanto in modo molto responsabile e in particolare la libertà d’opinione deve sempre essere usata con rispetto delle sensibilità altrui. Al tempo stesso affermano che naturalmente la libertà degli editori di stampare ogni fesseria è anche il loro valore più alto; in definitiva non si vuole essere classificati come dei nemici della libertà che si sono fermati al medioevo arabo. Liberi pensatori più critici a loro volta ricordano come essi stessi e gente come loro abbiano dolorosamente conosciuto i limiti della libertà d’opinione, tracciati non da ultimo da un liberale Stato di diritto quando si tratta dei sacri beni delle religioni tradizionali dell’Occidente cristiano; ricordano ai denigratori della protesta islamica le manifestazioni non sempre pacifiche dei fondamentalisti cristiani ed ebrei nei paesi patria della libera opinione e pretendono che l’Occidente non esageri i pregi del suo presunto valore più alto, ,ma badi ai fatti propri. Così almeno richiamano l’attenzione sull’ipocrisia che si manifesta nell’entusiasmo, con cui i giudici morali dall’Occidente cristiano assalgono gli arretrati vandali dell’Oriente musulmano. Nella sostanza però danno ragione ai grandi ipocriti sul fatto che la libertà d’opinione sia una grandiosa conquista che semmai non è ancora realizzata in maniera completa.

5. Il totalitarismo della libertà

È quasi come ai vecchi tempi dell’anticomunismo: il "paragone fra i sistemi", un paragone che non confronta niente, ma fa dei procedimenti politici del dominio borghese-democratico nella loro forma idealizzata la norma assoluta, dimostra ancora una volta la sua praticità. Di fronte ad essa la prassi di dominio di uno Stato dichiarato nemico subito si "rivela" come abisso di malignità. Questo sguardo presuntuoso fino a divenire offensivo, anche oggi si mostra utile come forza produttiva per un’immagine ostile che, relativamente al suo fondamentalismo morale, non è inferiore in nulla alle ideologie dell’avversario. Inonda la proclamata ostilità della luce idealizzante di una missione contro degli Stati che disprezzano la libertà; così come se l’incompatibilità dei "sistemi" fosse veramente il motivo dell’ostilità.

E una qualche incompatibilità c’è davvero. Il principio borghese del potere della libertà astratta, che include quello della libertà d’opinione, non è compatibile con un ordinamento sociale che assegna ai suoi membri, in virtù di un’autorità religiosa, il loro posto in una gerarchia tradizionale del potere di comando e disponibilità al servizio; e le idee che tutte e due le parti si fanno del mondo, – e l’una dell’altra, – sono meno che mai in armonia. La ragione dell’attuale conflitto tra le democrazie d’Europa e le comunità islamiche, a cui le caricature danesi hanno fornito solo un motivo, non sta veramente nei divergenti costumi sociali e nelle divergenti culture politiche. La ragione sta invece nell’ostilità che le potenze occidentali, con la loro autoconcessa licenza di ordinare il mondo, hanno dicharato al potenziale disturbante che si è sviluppato contro di loro nei decenni del loro sovrano e sfruttante accesso alla regione posta fra il Marocco ed l’Indonesia. Ed la ragione sta anche nella corripondente opposizione dei governi della regione, che ambiscono all’autonomia e ad un contropotere rispettabile contro la strapotenza "occidentale" oppure, soprattutto, consiste nell’ esistenza di oppositori che, da una posizione di impotenza, lottano coi mezzi del terrore per un tale contropotere e che trovano almeno tanta risonanza, che i potenti della regione , – a loro volta non contenti del loro rango nel mondo degli Stati dominato dall’Occidente, – hanno un po’ di rispetto di fronte a questo "ribellarsi".

Poiché d’altra parte conoscono i loro limiti e poiché i politici d’Europa praticano in modo calcolatore le ostilità inerenti al loro punto di vista di ordinamento del mondo, all’indignazione generale proveniente da ogni parte segue una mezza ritirata dei governi competenti.

– I governanti della regione, che sono confrontati in misura differente col bisogno di correzione degli ordinatori imperialistici del mondo, hanno in misura corrispondentemente differente un interesse ad "imporre un simbolo" contro la loro tutela imperialistica, ad insistere sul rispetto e a permettere al proprio popolo di manifestare contro le ostilità dell’Occidente e per la religione che assicura ai governanti la sua lealtà. Un’indignazione straripante però non è utile neanche a loro. Prima che l’indignazione delle masse vada oltre il bisogno ufficiale di una delimitazione nei confronti dell’Occidente e, eventualmente prenda di mira la loro politica che in gran parte non è per niente anti-occidentale, esse vengono richiamate alla moderazione. Se necessario si spara sulla folla, un procedimento di cui i cinici avvocati della libertà e della non-violenza questa volta subito in modo accusatorio sentono la mancanza nei governi responsabili. Lo pretendono da potentati che "di solito" sono accusati da questi amici dell’umanità di non permettere alcuna opposizione e di usare il manganello in ogni manifestazione!

– Nei paesi europei i responsabili si esortano a vicenda alla solidarietà transnazionale dei democratici che non devono cedere davanti alle bandiere in fiamme e, per di più, davanti ad inammissibili appelli al boicottaggio. Essi contemporaneamente esortano la loro pubblica opinione ad un uso responsabile di quei beni tanto elevati che sono la libertà d’opinione e di stampa e il rispetto dei sentimenti religiosi. Non si deve ridere di un utile irrazionalismo. A condizione che la fiera minorità dei figli di Allah animi al riconoscimento fedele del dominio secolarizzato, anche l’Islam merita un minimo di deferenza e controllo; ma soltanto affinché funzioni in modo veramente corretto e cioè come privata religione borghese. I governanti occidentali ritengono necessario questo contributo alla discussione anche a causa della preoccupazione per la pace interna nei loro paesi e affiché l’indignazione morale delle loro minoranze musulmane non si trasformi in imprevedibilità. Ai colleghi delle "regioni di crisi" dell’ Asia meridionale e del Medio Oriente essi trasmettono il "segnale forte", che l’Europa persegue ancora con energia lo scopo dell’integrazione dei loro paesi in un nuovo ordine mondiale democraticamente ottimizzato e che, rispetto a questo scopo, sa differenziare fra governi moderati, che si adoperano per una moderazione delle loro masse e che si meritano con ciò la benevolenza, e quelli radicali, contro i quali si cerca di spalleggiare l’America come in tempi passati. In questo senso i democratici in carica pretendono un "dialogo fra le culture" come se questo "dialogo" non ci fosse già: esso avviene esattamente in quella lingua in cui si intendono i monopolisti della forza ed i loro ideologi.

Di conseguenza anche i missionari della libertà d’opinione, che quasi si sentono già come dei martiri, dopo qualche settimana di campagna persecutoria ancora lasciano la presa. Della "lotta delle culture" tra Occidente ed Oriente però rimane di più che un certo sentimento borioso di offesa. Rimane invece l’ostilità delle potenze imperialistiche dell’ ordine mondiale contro dei diviazionisti nel "terzo mondo"; rimane l’odio impotente di molti interessati in quella parte del mondo; e rimane una viva immagine ostile della gente "laggiù"; e la convinzione che è ora di "ricondurre alla ragione" un’intera regione del mondo.


© GegenStandpunkt Verlag 2006